COSE CHE PUOI FARE A TORINO IN 72 ORE.

Collettivo Slavs and Tatars, Mystical Protest, mostra "Soft Pictures" fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Collettivo Slavs and Tatars, Mystical Protest, mostra “Soft Pictures” fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Pur arrivandoci estremamente lunga, è vero che sto per raccontare di una Torino nel top-weekend dell’anno, dove, con Artissima, tutta la città diventa issima. Ma è anche vero che Torino mi sembra così sempre, perché trasuda cultura, nel proprio tessuto economico e nell’approccio mentale. Il che non fa per forza e solo rima con bello, ma soprattutto con buono e utile. Trasuda apertura verso il nuovo e verso l’Europa, come se quelle folate che sanno di neve cambiassero l’aria stantia delle nostre stanze. Austera, regale, ma anche modesta e proletaria. Torino ha tante anime quanto è policentrica, e non c’è angolo della città in cui qualcuno o qualcosa non agisca per renderla migliore. Ma soprattutto Torino riesce ad essere organica nonostante tutte queste anime, a trasmettersi in modo unitario. O forse a comunicarsi e basta, che non è poco. 

Quindi al di là della fiera (anche se l’ovale del Lingotto, visto all’imbrunire, è bellissimo), al di là del cibo (la carne cruda del Monferrato rimane negli annali della carne cruda), al di là delle mostre di One Torino (alcune ben fatte, altre in cui la fondamentale presenza dei mediatori museali – lode a chi li ha inventati – non può sopperire a dei progetti curatoriali inconsistenti o vanagloriosi), quello che mi rapisce è la capacità di questa città di creare “situazioni”  dove non te le aspetti. Ci sono quartieri periferici, come Aurora e Barriera di Milano, in cui trovi concentrazioni di creatività e insieme di resistenza al concetto più becero di periferia che ti stupiscono e ti alleggeriscono l’esistenza, perché si lasciano trovare e ti aprono la porta, quando non sono essi stesse a venirti a cercare. E questo non è un approccio da poco. Parlo, ad esempio, del Qubì, un ex gommista trasformato negli anni e con olio di gomito in uno studio fotografico con cucina. C’è Mafalda (mi pare si chiami così) che ti aspetta, una cagnolina un po’ impaurita che però qualche briciola dal tavolo la raccoglierebbe volentieri, e Anna e Domenico che fanno due chiacchiere con te, davanti a un aperitivo tanto improvvisato quanto saporito. Poi fai altri cento metri e trovi i Cuochivolanti, che sono un’azienda a cavallo tra catering e teatro, e ti fanno una mini-cena performativa da 5 minuti, in cui oltre a mangiare un tortino di zucca di tutto rispetto, ti fanno riflettere inaspettatamente sulla tua vita, chiedendoti, davanti a dei ricci di ippocastano, qual è il tuo pensiero più pungente e spinoso (e tu sai benissimo qual è), dicendoti di liberartene, che non ti serve più. (Che non serva più forse è vero, ma resta comunque impossibile liberarsene).

Altri cento metri e ti perdi tra viali e controviali nella tarda serata torinese “di barriera”, ma non senti alcun senso di pericolo, anzi di calore. Trovi un tram in disuso in mezzo a una rotonda, che in realtà è la “botte” del Progetto Diogene, dentro cui “si abbandona tutto ciò che è superfluo” e ci si impegna intorno ai temi e alle modalità della pratica artistica contemporanea.

Poi trovi una sartoria aperta alle 9 di sera, con vestiti e scarpe così belle, che per un attimo pensi che potresti anche comprarle (ma è solo un attimo, per ovvie ragioni di budget). Ma guardare non costa, la proprietaria è gentile, fai un giro, la ringrazi per aver dato il proprio contributo al tuo tour torinese e vai avanti. In una galleria a pochi passi (We made for love, in nomen omen), nel vedere, purtroppo solo di striscio, la mostra di José Louis Cuevas – astro nascente della fotografia latinoamericana che ritrae con potenza gli estremismi spirituali dei suoi conterranei -, ti riunisci a un gruppo di amici, prima che professionisti, che sono in prima linea per la vivificazione della città (e del paese tutto). Per cui ci aggreghiamo ai Fitzcarraldi, che alla fine c’è sempre da guadagnarci.

E infatti con loro scopriamo altri due spazi esclusi normalmente al classico percorso turistico (e forse anche ai torinesi, che proprio per questo partecipano attivamente e con infinita curiosità). Il primo posto sono i bagni pubblici di Barriera di Milano, emblema di questo quartiere oggetto di un programma di sviluppo urbano impressionante. Barriera di Milano, il quartiere dei “più”, come ci racconta l’animatrice dei Bagni: il più giovane, il più ad alto tasso di immigrazione, il più popoloso. Dei “più” rischiosi, che spesso diventano dei meno, mentre se li esplori e li affronti, possono trasformare in positivo la percezione stessa di chi vi abita, anche se non dovrebbe esserlo, anche se normalmente non lo è. In questa vera e propria impresa sociale, un bagno pubblico, nell’adempiere con dignità alla sua funzione primaria, crocevia di culture e di habiti, diventa luogo pensante di aggregazione e dialogo contro gli stigma più ovvi. Ospita mostre, libri, mobili interattivi – nel senso che di tecnologico non hanno niente, ma basta riassemblare insieme scarti da discarica e condirli con un pensiero, che automaticamente stimolano un dialogo e la costruzione di una relazione, da cui una etimologica interattività con chi ci passa davanti, che ci scrive sopra, prende e usa oggetti, lascia messaggi, che vanno da un surreale “smarrito ascensore di sei piani, ora vivo da solo in mansarda”, a “Bagni Pubblici savagente per tutti” al molto più semplice e spiazziante “Me chiedo perché i bambini dei immigrati nati in Italia non hanno la citadinanza italiana”. Eh, già, vaglielo a spiegare il perché.

Prima di raggiungere la tappa finale della giornata, quello che giustamente viene definito il gigantesco vuoto urbano dello Scalo Vanchiglia, veniamo catapultati un attimo in Puglia, Piazza Cerignola, il cui nome spiega tante cose, o tante storie, compresa quella di una famiglia di tarallari (non so come si definiscano coloro che producono taralli) che per anni ha fatto avanti e indietro dal Tavoliere a Torino stipando taralli in ogni buco possibile di una golf sgangherata, per importare la delizia pugliese in quel del nord, finché non ha creato nei torinesi abbastanza dipendenza – e sufficienti soldini – per trasferirsi qui (tanto che a tutt’oggi il sabato mattina al Tarallificio Il Covo non fanno in tempo a impacchettare i taralli che sono già finiti).

Dopo un altro po’ di camminata nella notte torinese ancora non troppo fredda, arriviamo quindi alle propaggini di quel milione di metri quadrati di aree industriali dismesse che stanno cercando nuova vita all’interno del progetto Variante 200, superando la “trincea ferroviaria” che per decenni ha spaccato Torino in due. E sei al Bunker, che nel gergo contemporaneo si definisce “progetto di riuso creativo” di un ex stabilimento industriale, nell’attesa che ne venga chiarita la destinazione d’uso finale, e nella pratica è un centro sociale realizzato in armonia con il proprietario dello stabile, la signora Enel-SICMA. Anche qui troviamo arte, nello specifico della street art – 99% urban, 1% art – wallsaremadetowriteon, segnala un cartello all’entrata (che suona bene, anche se dovremmo parlarne…) e sotto alla struttura un bunker della seconda guerra mondiale, perché i nomi non sono dati a caso. Dopo averlo visto, è ora di tornare a casa perché cominciamo ad essere stanche, ma felici.

Nei giorni che ci avanzano, le rotte sono più mainstream, armati di una Torino Card che abbiamo intenzione di spremere come un limone. Si parte con la  Fondazione Sandretto ReRebaudengo (a intignirsi davanti a “VEERLE”, la mostra – teoricamente – curata da Chris Fitzpatrick che si premura di dirci fin da subito che si tratta di un’esposizione “allestita in raggruppamenti formali e sotto-temi o non allestita affatto” e infatti pur dialogando con i mediatori non c’è verso di trovarle un senso che sia uno, né tantomeno vieni colto dalla sindrome di Standhal per la bellezza di ciò che (non) è allestito. Ci riprendiamo, invece, davanti a “Soft Pictures”, una bella collettiva sull’arte tessile, che non avresti mai pensato potesse assumere tante forme e attualizzarsi molto più di qualsiasi altro linguaggio tecnologico). Segue Fondazione Merz (a camminare tra i vetri di Alfredo Jaar, decisamente suggestivi, e a non capire – non capire nel senso di non capire proprio cosa c’è scritto, cosa mi vuoi dire, nel pannello di presentazione della mostra “Ways of Working: The incidental object”, che come titolo ti sembra esplicito e interessante, ma poi la curatrice si gusta di farci riflettere non oggettualmente sulla soggettività e sulle due linee di pensiero che derivano direttamente dal doppio investimento produttivista sull’oggetto utilitario e sulla forma non obiettiva, e allora mi cascano le braccia, cioè proprio mi incazzo, e vado via senza aver capito niente. A proposito di tentare di ampliare l’utenza della cultura, insomma). Poi c’è Artissima vera e propria (ma sono troppo impegnata a redimere delle questioni di lavoro via telefono, quindi vago nel capannone bellissimo, sono contenta di incontrare la bellissima Neve, ma poco si sedimenta).

L’indomani una mattinata a zonzo per il Balôn e il suo mercato, e di nuovo senti quanto Torino non è Torino ma il mondo, nel senso che intorno a te senti parlare molte più lingue straniere che l’italiano, e suona così bene lostesso, e tutti sono tranquilli, ognuno con il proprio bagaglio, nel rispetto di quello altrui (e vorresti comprare tutto, dal modernariato ai giubbotti (diciamo diversamente) firmati, a un frigorifero a un POS a una Barbie nuda, qualsiasi cosa può servire a qualcuno, e lì puoi trovarlo). Segue Museo del Risparmio (che va bene che è fatto da una banca, il che rende inevitabilmente tutti i contenuti un pochino auto-assolutori, ma c’è tanto da imparare, sia sull’argomento nello specifico, che in termini puramente museologici – se così non fosse, del resto, dubito che sarei stata due ore e mezzo ad ascoltare schede tecniche su BOT, derivati e i macrotemi della finanza mondiale). Break a Eately (tappa doverosa nonostante tutti i nonostante del caso, perchè quando entri a Eately Torino chiunque resta a bocca aperta – e sazia, dai, ammettiamolo) e poi a ruota Museo del Cinema (dove ci si torna sempre volentieri, evitiamo la fila chilometrica che porta alla cima della Mole tanto la Ste avrebbe le vertigini, troviamo una Marilyn come immagine della porta del bagno delle Signore accanto a un Woody Allen per i Signori – mi sembrano riferimenti un po’ impietosi –, mi chiedo piuttosto cosa ci faccia la Bellucci tra le immagini degli attori di tutti i tempi, ma tiriamo avanti lasciandoci impressionare e divertire dalla struttura e degli allestimenti). Prima di chiudere con Venaria Reale, facciamo un passaggio a intristirci davanti al primo Parlamento d’Italia in Palazzo Carignano, chiedendoci quanti nostri attuali parlamentari ne conoscano non dico la storia, ma quantomeno l’esistenza, nella certezza che un giro nel corposo, per quanto tradizionale, Museo del Risorgimento farebbe bene a tanti. E poi eccoci a salutare Torino dalla Reggia, con un ennesimo sole invernale, un po’ dispiaciuta del fatto che dopo il bellissimo e intensissimo restauro di un complesso che per 47 anni è rimasto in balia degli eventi prima che qualcuno si prendesse la briga di trovare 300 milioni di euro per il suo recupero, restituendolo al mondo nel 2011, beh, dispiace che oggi gli allestimenti mostrino già segni di incuria – o di mancanza di fondi per la gestione corrente, solito bug all’italiana, per cui facciamo le pentole, ma non i coperchi -, e quindi molti proiettori non funzionino o abbiano le lampade fulminate, compromettendo sensibilmente l’intelligente e (all’epoca) molto innovativo lavoro di Greenaway, o che ci sia polvere sotto le installazioni, o che alcune siano proprio state tolte (la mia preferita, per altro, quella dei piccoli quadretti animati). Ma poi arrivi nella Grande Galleria di Juvarra e dici, va beh dai, in effetti posso morire tranquilla lostesso, perché tanto in Italia alla fine va sempre così, anche per i duri e puri: basta che ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare… (e chiudo, anche se non è molto torinese, o forse un po’ sì).

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